US Midterm elections, che succede a Capitol Hill?

by Emanuele Lo Giudice
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L’8 Novembre gli statunitensi si sono recati alle urne per il rinnovamento delle Camere del Congresso. le Midterm elections sono un momento chiave per Washington, dipendendo da esse la solidità della Presidenza. Cosa sono e come funzionano le “elezioni di metà mandato”?

“Elezioni di metà mandato” o di “medio termine” (Midterm elections) è il termine con cui ci si riferisce alle elezioni che si tengono negli Stati Uniti due anni dopo le elezioni presidenziali. Il Congresso statunitense, bicamerale, prevede che i membri della Camera vengano rinnovati a scadenza biennale (ogni due anni). Sei sono gli anni per i senatori, con un rinnovo di 1/3 dei componenti ogni due anni.

Le tempistiche fanno sì che la Camera dei Rappresentanti (camera bassa del Congresso) si formi sia all’inizio del mandato presidenziale, sia a metà di questo, momento in cui l’elezione assume il nome di “medio termine” perché tenuta esattamente a metà del mandato. Le Midterm elections si tengono dunque ogni quattro anni, nel 2018 le ultime. Il valore assunto in entrambi i momenti del mandato presidenziale è di grande peso. La formazione del Congresso nel medio termine incide sull’operato del Presidente, che può ritrovarsi più o meno limitato a seconda della maggioranza.

Le elezioni per legge si tengono il “martedì immediatamente successivo al primo lunedì del mese di novembre”, quest’anno si sono tenute infatti l’8 Novembre. Alle Midterm elections 2022 ci si aspettava un’ondata rossa (maggioranza repubblicana) in risposta ai primi due anni dell’Amministrazione Biden, ma le percentuali vedono in vantaggio, seppur di poco, i democratici. Le mappe sono molto utili per capire l’andamento dello spoglio, ma rimangono complicate perché solitamente ingannevoli.

Nonostante lo spoglio non si sia concluso completamente, essendo ancora due Stati in bilico, un’analisi iniziale può essere comunque fatta.

Midterm elections, di che si tratta?

435 seggi della Camera dei Rappresentanti e 33/34 seggi del Senato vengono rinnovati in quelle che risultano essere le elezioni a carattere politico più importanti del sistema statunitense. Accanto al Congresso, oltre che diversi referendum popolari in alcuni Stati, vi è l’elezione anche di 34 Governatori.

L’elezione di medio termine è utile per capire la risposta degli elettori ai primi due anni di mandato presidenziale, il quale si rinnova ogni quattro anni. Il risultato delle Midterm elections non solo è un giudizio sull’operato del Presidente, ma anche un avvertimento su quello che saranno i due anni successivi. Un Presidente che ha un Congresso a maggioranza d’opposizione si vedrà infatti altamente limitato nelle proprie azioni, le quali potrebbero scontrarsi con ostilità e ostruzionismo.

È ciò che renderebbe il Presidente un’ “anatra zoppa“, dunque un elemento inserito in un quadro non poco favorevole alla stabilità del suo mandato. “Anatra zoppa”, termine rientrato nel lessico politico americano alla fine del 1800, sarebbe potuto essere Biden, con un Congresso ostile (Senato soprattutto) e con una Corte Suprema per 2/3 di nomina repubblicana.

Lo spoglio delle urne smentisce però gran parte delle previsioni fatte nelle settimane precedenti. Ciò che si presentava con un’imminente e ampia ondata rossa, si è rivelata invece il contrario, sintomo di una frattura grande all’interno degli Stati Uniti.

Almeno per il Senato la situazione è rimasta simile a quella del 117° Congresso (Gennaio 2021-Gennaio 2023), dove i Repubblicani avevano già riguadagnato 13 seggi persi precedentemente nel 2018. Alle elezioni del 2020 sia alla Camera che al Senato le due fazione si sono quasi eguagliate, se non per un margine di vantaggio per una manciata di seggi (222 D – 213 R alla Camera) attribuiti ai democratici. È certo che dal 2018 la tendenza favorevole al Partito Democratico è in negativo, nonostante le critiche al former Presidente Trump che si pensava avrebbero favorito i democratici già nel 2020.

La situazione politica americana rimane dunque spaccata in due, sintomo di una divisione elettorale grande e di una polarizzazione ampia. Non a caso, nell’attribuzione dei seggi nell’ultima tornata elettorale (escludendo la Georgia che va al ballottaggio a Dicembre), al Senato i democratici mantengono la maggioranza.

Alla Camera i dem sono fermi a 206 seggi attribuiti (la maggioranza è di 218), in svantaggio per ora nei confronti dei repubblicani. Rimangono però ancora 25 seggi da assegnare.

Se ci si sofferma a guardare le cartine pubblicate durante lo spoglio, si potrebbe pensare che un’effettiva “ondata rossa” ci sia stata, quando invece si è rivelata inesistente. L’analisi delle cartine utilizzate nell’attribuzione e nello spoglio dei voti sono ingannevoli, soprattutto perché non considerano (la maggior parte) il peso del voto che alcuni collegi e contee hanno.

Perché ci si confonde?

Per quanto uno Stato sia attribuito ad uno dei due partiti, non significa che questo partito abbia vinto nella maggior parte delle contee. Può anche aver vinto nelle contee più importanti, le quali hanno densità e peso diverso. Sul voto influisce, tra l’altro, la posizione geografica del collegio elettorali. Il sostegno al Partito democratico aumenta nelle grandi città, mentre vira in favore dei repubblicani nell’entroterra. Riportiamo alcuni esempi per i quali utilizzeremo le cartine prese dal sito della CNN per le elezioni del Senato:

Nevada (edition.cnn.com)

Nevada: con la vittoria di Cortez Masto (uscente riconfermata) al 48.8%, il Nevada porta a 49-49 il bilancio del Senato, nel quale i Democratici detengono ora la maggioranza perché la Presidenza è democratica (VP Harris). Nonostante il voto favorevole alla candidata del Partito Democratico, la maggior parte dei collegi del Nevada è tinto di rosso, tranne che nelle due città principali: Las Vegas e Reno. Tale situazione si ritrova in quasi tutti gli Stati, dove la tendenza delle grandi città (multiculturali, multietniche e meno conservatrici) è quella di assegnare il voto al Partito Democratico. Il Nevada, come tanti altri Stati, soprattutto al Sud, è l’immagine di quanto polarizzata sia la situazione politica statunitense: grandi città da una parte, piccole città e periferia dall’altra.

Pennsylvania (edition.cnn.com)

Pennsylvania: Stato chiave nell’ultima tornata elettorale perché flipping seat. Nel 2016 il vincitore delle elezioni era Repubblicano, ad oggi, al 98% delle schede scrutinate, la vittoria in Pennsylvania va ai democratici. Con flipping seat si intende un seggio che da lungo era detenuto da una forza politica, ma che nell’ultima tornata elettorale ha cambiato colore. Con il cambio colore della Pennsylvania si conferma la presenza della maggioranza democratica in Senato, che potrebbe arrivare a 52 seggi qualora in Georgia venisse confermato al ballottaggio il candidato democratico. Anche in questo caso, la vittoria blu colora come tale lo Stato anche se, guardando la cartina, il risultato parrebbe completamente diverso. Città grandi come Pittsburgh, Philadelphia, Harrisburg si riconfermano democratiche, con peso maggiore rispetto ai collegi rimanenti, che sono invece repubblicani.

New York State (edition.cnn.com)

New York: vittoria democratica anche nello Stato di New York, sebbene più della metà dei collegi siano repubblicani. Nelle contee più grandi la differenza di percentuale è più ampia, anche fino al 30%. Anche nell’elezione dei candidati alla Camera (che segue una ripartizione in collegi differente) la tendenza delle grandi città è democratica. Un esempio il 14 distretto di New York, dove Alexandria Ocasio-Cortez detiene un 71% per la Camera contro un 26% del candidato repubblicano.

Il ruolo delle mappe

Il ruolo della mappa è infatti centrato sul rappresentare geograficamente come il voto è riportato. Non si tratta di attribuire la vittoria ad una parte, anche perché le due cose non coincidono. La differenza tra i centri più popolati e l’entroterra statale si trova non solo nelle elezioni del Senato, ma anche della Camera e dei Governatori. Sia la quasi eguaglianza dei seggi al Congresso, sia la polarizzazione sociale degli Stati Uniti, sia il gerrymandering per i collegi alla Camera (il disegno delle circoscrizioni elettorali nei sistemi maggioritari) giocano un ruolo chiave nelle elezioni del Paese. Un esempio ce lo fa il The New York Times con l’elezione di Obama nel 2012:

The NY Times
The NY Times

Guardando velocemente la cartina, la vittoria, a rigor di logica, sarebbe Repubblicana, ovviamente nella considerazione di quante contee risultano rosse. L’analisi va fatta però sul peso del voto di ogni contea, considerazione che ribalta la prima ipotesi a favore del candidato democratico, come dimostrato nella seconda foto. I cerchi blu della Florida hanno, per esempio, abbastanza peso numerico per superare la maggioranza delle contee che hanno votato il secondo candidato.

L’ondata rossa mancata nelle Midterm

L’ondata rossa è venuta meno, segno che le fratture presenti nel Grand Old Party (Partito Repubblicano) rimangono. Il leader carismatico Trump non ha più, tra l’altro, il fascino di prima. Il fallimento dell’attacco a Capitol Hill e la narrazione politica monotona del populismo ha spinto verso il Partito Democratico le cariche di Governatori in Stati chiave come in Pennsylvania (Shapiro). L’amministrazione Biden, la quale sembrava doversi abituare ad un Presidente lame duck (anatra zoppa) in un Congresso rosso, ne esce (considerando le percentuali e anche le proiezioni della Georgia) invece tranquillizzata, con un Congresso se non uguale, molto simile a quello precedente. Bisogna solo aspettare lo spoglio completo dei voti per la Camera, almeno per capire chi detiene la maggioranza assoluta (218 seggi).

Come sostiene il Financial Times, l’America è “amaramente, risolutamente e quasi uniformemente divisa” e, cartine alla mano, i dati lo dimostrano.

Scritto da Emanuele Lo Giudice


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