SaturDie Ep. 19 – I misteriosi omicidi di Alleghe

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Miei cari lettori, se fino a oggi vi abbiamo raccontato perlopiù di casi celebri, oggi vi portiamo ad Alleghe, nel cuore delle Dolomiti Bellunesi.

Non è certo facile scrivere un romanzo giallo che risulti accattivante. In ogni storia che si rispetti, il luogo dove si verifica la vicenda rimane marchiato da un omicidio eclatante. Il caso che vi raccontiamo oggi ha tutti gli elementi necessari: un’ambientazione suggestiva e inquietante legata alla storia e come protagonisti personaggi eroici e tragici. Personalità scolpite nelle colline bellunesi.  

Una cittadina atipica, fatta di silenzi immortalati nella gelida atmosfera. Una località turistica di montagna, un contesto naturale unico. Cupa, per chi non è abituato a luoghi del genere ma al caos metropolitano.

D’altro canto, poche cose in Europa hanno la bellezza delle Dolomiti, da poco Patrimonio Unesco. Queste perle rocciose attraversano più regioni: Veneto, Friuli e Trentino Alto-Adige. Alle pendici di queste si adagiano poi delle immense distese di acqua. Scenari da sogno.

Alleghe si erge ai piedi del monte Civetta, che d’inverno si tinge di bianco, ed è bagnata dall’acque di un enorme lago. C’è chi qui ci va in bicicletta. Entra nei bar, nelle osterie, e sente parlare solo del campanile sommerso. Oppure dei delitti che, tra gli anni 30’ e 60’ si sono verificati davanti a queste coste.

Per chi vive ad Alleghe in questi anni, il rintocco della campana non è un suono qualsiasi, ma quello del richiamo di una presenza ancora più potente e spaventosa, quella della Morte.

Il lago di Alleghe nasce nel 1771 in seguito a una frana che ha ostruito il corso del torrente Cordevole. Con il freddo pungente si trasforma in un enorme lastra di ghiaccio, su cui i più piccoli si divertono a pattinare, mentre i più coraggiosi preferiscono andare a sciare.

Tra una cioccolata calda sorseggiata davanti al camino, le pagine di giornale riportano parole agghiaccianti. Per gli abitanti di Alleghe il freddo pervade le loro vite. Non a causa delle basse temperature, ma per la paura.

Quello del campanile sommerso dal lago è un suono che non si può sentire, ma lo si può immaginare. Nessuno sa chi sia il colpevole della morte di cinque diverse persone nella cittadina. Eppure, sembrano essere collegati. Un killer si muove per le strade. Nessuno è al sicuro.

Tutto ha inizio da una banale bottiglietta di tintura di iodio. Da una mattina di sole e di preparativi in vista dell’estate. Da una giornata qualsiasi per chi vive tra le montagne. Vedete, la storia che vi racconteremo oggi ha diversi protagonisti. Alleghe è solo la cornice: al suo interno seguiremo le indagini di un semplice brigadiere dei carabinieri, Ezio Cesca, in servizio ad Auronzo, tra le montagne.

Il caso di cui si interessa si trasforma in una vera ossessione. I pezzi non tornano, qualcosa ad Alleghe non va.

Incominciamo dal nostro prologo: è l’8 maggio 1933.

La nostra storia parte da una giovane di 20 anni. Immaginatevela seduta a un tavolo: davanti a lei c’è una lettera. Il mittente è il suo fidanzato e la missiva è un po’ sgrammaticata. Ma ha anche un tono preoccupato. Le ultime parole lasciano infatti un po’ di domande.

«Mentre guardavo dalla finestra vidi arrivare una macchina. Si fermò un momento e io conobbi subito che si trattava di…»

La lettera si interrompe qui, così il nostro prologo. Facciamo ora un salto di un paio di ore: è il 9 maggio 1933.

Al centro di Alleghe vi è un albergo: l’Albergo Centrale. Questo è di proprietà della famiglia Da Tos. Qui si trovano tutti i personaggi principali della nostra storia: Emma de Ventura, la domestica; Adelina Da Tos, la figlia dei proprietari; Pietro De Biasi, il marito di questa; Fiore Da Tos, il patriarca della famiglia; Elvira, sua moglie; Aldo, il figlio minore e proprietario della macelleria di famiglia.

È da quell’albergo che all’improvviso la tranquillità della famiglia Da Tos viene distrutta, così come quella di Alleghe. Sono le 11:30 quando Adelina, la figlia del proprietario, scende le scale turbata incomincia a gridare, affacciandosi verso la piazza. I clienti e l’intero staff sono preoccupati e si chiedono cosa sia successo.

Quando i dipendenti e l’intera famiglia salgono al piano di sopra, trova nella camera numero sei dei piani centrali, immersa nel buio, un corpo riverso a terra. Accesa la luce lo spettacolo è raccapricciante.

È una donna, e indossa la divisa delle cameriere dell’hotel. Il grembiule, un tempo bianco, è ora sporco di sangue. Così come la moquette. La mano sinistra è piegata sotto la vita, l’altra accanto al busto.

Quello è un volto familiare. Quelli non sono i capelli, i lineamenti, le labbra, gli occhi di una sconosciuta. No, riversa per terra, con la gola squarciata da un rasoio, c’è Emma, la cameriera. L’autrice della lettera di cui vi raccontavamo poco prima.

Chissà cosa vide Emma da quella finestra. Lei non ce lo dirà mai.

Capitolo 1. L’amore tormentato di Emma

Sul posto arrivano i carabinieri, il medico e anche le autorità del luogo. Naturalmente, l’ipotesi che venne subito posta è quella del suicidio. Una bottiglietta di tintura di iodio desta subito i sospetti degli inquirenti. Il volto di Emma ne è cosparso.

Infine il rasoio, con cui la giovane avrebbe posto fine alle sue sofferenze. Ingerita la tintura, non sopportando il dolore, avrebbe deciso di tagliarsi la gola. Un suicidio che continua a destare sospetti.

Qualcuno fa notare come la bottiglietta sia ancora chiusa e riposta su una mensola. Mentre il rasoio è appoggiato su un comodino, ad almeno sei passi dal cadavere. Come se qualcuno lo avesse riposto lì.

Cosa ha fatto la povera Emma? Plausibile che si sia tagliata la gola e poi abbia posato l’arma al suo posto. Un po’ improbabile. Ma poi, perché suicidarsi? Per l’amore che prova nei confronti del suo fidanzato, un camionista di Caprile. La mattina prima questo era passato da Alleghe ma non si era neppure fermato da casa.

Per altri, alcuni testimoni, Emma quella mattina era tranquillissima. Nessuno si sarebbe aspettato un tale gesto. Tra questi anche un barbiere che lavorava in una baracca di legno di fronte l’albergo. Insieme ai suoi clienti, la mattina del 9 maggio la sentono addirittura cantare. Allegra e tranquilla li saluta dalla terrazza dell’albergo.

Per i carabinieri e le autorità questo non importa: suicidio. Eppure, non è l’amore tormentato di Emma a preoccupare i cittadini di Alleghe.

Capitolo 2. Carolina la “sonnambula”

Il 4 dicembre 1933 il lago di Alleghe è illuminato dal Sole. Fa freddo, ma all’aperto c’è quel calore sufficiente per poter girare per la cittadina senza congelare. Il cielo è terso: non ci sono nuvole all’orizzonte ma solo la cima e la funivia del monte Civetta.

Gli alleghesi, operosi e frenetici, già la mattina si occupano di tagliare la legna o di spargere il sale sull’asfalto dopo l’ennesima nevicata. Nei pressi della riva del lago, soprattutto, la messa in sicurezza è complicata.

Vicino all’imbarcadero sul lago c’è tanto via vai. Tra chi spala la neve, chi si occupa di sistemare le attrezzature di sicurezza per salire sul lago per quando, a causa del freddo, si formerà il ghiaccio.

Poi, un urlo squarcia il silenzio e la quieta di Alleghe.

«Aiuto! C’è una donna nel lago!»

La figura è una persona nota. Tutti la conoscono perché, d’altro canto, ci saranno più o meno mille abitati. Sulla riva del lago, accanto al piccolo molo, si radunano tutti i passanti.

La giovane indossa una camicia da notte leggera, con i bordi ricamati. Una massa di capelli neri le copre il viso, ma appena viene ripescata, la sua identità è chiara a tutti: è Carolina Finazzer. Figlia di una famiglia agiata, la nuova compagna del figlio del macellaio del paese, il rispettabile Aldo Da Tos.

I due erano appena tornati dalla luna di miele, esattamente il giorno dopo e, per coloro che si ritrovano davanti al molo, fa impressione vedere la ragazza in questo stato. La pelle, prima bianca, ora è gonfia, piena di vesciche dal colore violaceo e ispessita. Le dita sono rossastre.

Nuovamente arrivano gli inquirenti. Nuovamente l’ipotesi che prende corpo è quella del suicidio. Carolina era depressa: quella notte si era quindi voluta allontanare dalla camera dove alloggiava con il marito e si era gettata nel lago. Forse non era neppure cosciente, perché vittima di sonnambulismo.

Secondo, infatti, le voci che circolavano, Aldo e Carolina erano tornati dalla luna di miele prima del previsto, e lei aveva recentemente chiamato la madre chiedendole di venirla a prendere ad Alleghe.

Eppure, quel suicidio è strano. Quando il corpo di Carolina viene esposto per il funerale, qualcuno nota delle macchie rosse sul collo della giovane. Sembrano delle dita, che già qualcuno aveva notato durante l’autopsia. Per il medico legale sono solamente dei segni dovuti alla putrefazione.

Qualcuno si oppone a questa versione. Infondo Carolina è stata trovata poche ore dopo il suo omicidio. Per le condizioni con cui è stata trovata, immersa nell’acqua fredda e coperta da uno strato di ghiaccio, è difficile pensare a una possibile putrefazione del corpo.

Nuovamente, il caso viene archiviato come suicidio. E se Caterina nel lago ci sia stata spinta?

Capitolo 3. La condanna del giusto

Passano gli anni, almeno tredici. Di Emma e Carolina non si parla da un po’.

Ad Alleghe è tornata la routine quotidiana. La tragedia collettiva della Seconda Guerra Mondiale fa passare in secondo piano i misteriosi suicidi che si sono verificati in quegli anni.

Arriviamo al 18 novembre 1946. In piena notte, i coniugi Del Monego, Luigi e Luigia, detti rispettivamente “Gigio” e la “Balena” – a causa della sua stazza – stanno tornando a casa. Tira vento e i due non vedono l’ora di rientrare Insieme si sentono al sicuro. Conoscono bene le strade di Alleghe e amano la loro cittadina.

Assieme gestiscono uno spaccio ENAL, ossia l’Ente Nazionale Assistenza Lavoratori, che in tempi difficili come quelli del Dopoguerra offre intrattenimento e spacci alimentari per i lavoratori del luogo. Questo è anche un luogo di ritrovo, dove si beve e si chiacchiera.

Assieme hanno l’incasso: 100mila lire, che non sono poche per il tempo. Entrati nel vicolo La Voi compare davanti a loro un’ombra. I due si fermano, hanno capito cosa sta succedendo. Per diversi secondi nessuno dice niente. I due coniugi si stringono la mano e chiudono gli occhi.

Poi, la figura davanti a loro solleva la pistola. I coniugi vengono uccisi a sangue freddo. Il giorno dopo giacciono a terra. Le 100 mila lire sparite.

Luigi Verocai, un latitante evaso dal carcere prima della condanna in contumacia per un altro omicidio, viene individuato come sospettato, ma si rivela subito innocente.

Anche qui per gli inquirenti non c’è alcun dubbio: omicidio con scopo di rapina. Di questi tempi è normale. Ennesimo caso archiviato. Eppure, per molti sembrerebbe più un agguato.

Due suicidi e un omicidio: i misteri di Alleghe continuano a intricarsi ma un personaggio nuovo sta per introdursi.

Nel 1953 il giornalista Sergio Saviane di Castelfranco Veneto scrive un articolo riguardo i misteri di Alleghe, luogo che frequenta a partire degli anni 30’. Vecchio amico proprio di Gigio e Gigia che, prima di morire, gli raccontarono del campanile e delle storie di Emma e Caterina. Con i due aveva un grande rapporto.

Ciò che Luigi ripeteva spesso era che qualcuno, ad Alleghe, avesse la coscienza sporca. Non volle mai dire chi.

A partire già dalla morte della prima, Saviane si mostra incuriosito. Accumula testimonianze e fa domande, capendo come le morti degli anni Trenta siano collegate. Ascolta le chiacchiere della gente e si rende conto di come, sotto sotto, nessuno creda alle ipotesi di suicidio. Piuttosto, qualcuno parla di omicidio.

Sergio Saviane è ancoraun giovane che sogna di diventare giornalista. A Roma lavora per il Settimanale Illustrato, per cui decide di condurre un’inchiesta approfondita. Gli alleghesi mostrano omertà. Si sentono incalzati. Parla con i Da Tos, che preferiscono non proferire alcuna parola.

Nel 1952 appare il suo primo articolo: “La Montelepre del Nord”. Paragona Alleghe alla Montelepre siciliana del bandito Giuliano, ricca di omertà. Saviane mette su carta tutti i sospetti che aveva riguardo i quattro omicidi. Per Sergio i quattro omicidi sono collegati.

Per gli abitanti del posto è un tradimento, ma Sergio non si ferma. Così viene addirittura querelato da alcuni cittadini, compresi i Da Tos. Il processo per lui va male: alcuni dei suoi testimoni non si presentano, altri parleranno contro di lui. Per gli alleghesi, Saviane ha raccontato solo bugie.

Il giudice lo condanna per diffamazione con mezzo stampa. Rimarrà otto mesi in carcere.

Capitolo 4. Il curioso Cesca

Saviane è un ciarlatano. Sui misteri di Alleghe torna il silenzio.

Eppure, sta ora per entrare in scena un altro personaggio. Curioso e ostinato, che davvero sembra uscito da un romano. parliamo di Ezio Cesca. Di un giovane brigadiere dei Carabinieri in servizio presso Auronzo. Brillante e intuitivo, ma soprattutto disposto ad ascoltare e a sapere di più riguardo i quattro delitti di Alleghe.

Cesca ha letto dell’articolo di Saviane, e vuole ora provare che sì, vi è un collegamento. Così ne parla con il suo superiore, il maresciallo Domenico Uda, e ottiene da questo il permesso di cominciare un’indagine. Per questo, si trasferisce nella cittadina.

È un forestiero disposto a tutto per sbrogliare la matassa. Quindi finge di essere un giovane di passaggio e si fa assumere come operaio.

La sera frequenta le osterie del luogo. Ascolta delle leggende che si raccontano in giro e ogni tanto pone domande. La sua è un’indagine informativa ad ampio raggio.

Così, salta fuori che i del Monego sarebbero stati uccisi per qualcosa che avevano visto. Che Elvira da Tos, in punto di morte, avrebbe continuato a ripetere che la sua famiglia nascondesse qualcosa. Esce fuori un nome: Giuseppe Gasperin.

Il metodo di indagine di Cesca è rischioso e richiede tempo. Fino a che non riesce a diventare amico di Gasperin. Bevono ed escono assieme. Ezio riesce a ottenere la sua fiducia a tal punto che gli confida che in vicolo La Voi abita un’anziana che sa qualcosa riguardo la morte dei del Monego.

Questa si chiama Corona Valt. Come fare però a farla parlare? Per ottenere le confidenze Cesca arriva al punto di fidanzarsi con la nipote. Costruisce una sua vita parallela ad Alleghe, riuscendo a conquistare l’amore della signora Volt, che lo tratta come un parente. La donna gli confida che la notte in cui furono assassinati Gigio e Gigia c’erano tre persone nel vicolo.

Due sono scappate nei campi e di questi non si sa niente. La terza è passata dalla sua finestra: è proprio Giuseppe Gasperin.

Cesca ha la conferma che questo c’entra in questa storia. Così, Ezio gli dice di avere per le mani un lavoretto losco che potrebbe fruttare una bella cifra. Serve gente che abbia già sparato. Giuseppe abbocca: accetta subito il lavoro, affermando di aver già usato una pistola, e di aver ucciso.

Ezio rivela a quel punto la sua vera identità, e dall’interrogatorio di Gasperin escono fuori tutti i nomi dei colpevoli dei delitti. Pochi giorni dopo le camionette dei carabinieri arrivano ad Alleghe.

Pietro de Biasio e Aldo Da Tos sono i primi arrestati per i misteri di Alleghe. Nel giro di pochi mesi finirà con loro anche Adelina.

Pietro de Biasio e Aldo da Tos

I fatti cominciano a chiarirsi.

Quel 9 maggio 1933 è stata Adelina Da Tos a uccidere Emma.

Per gelosia, dice la da Tos durante gli interrogatori. Eppure, gli inquirenti sostengono sia perchè la cameriera ha visto qualcosa di strano. Per Cesca addirittura sarebbe stato Fiore Da Tos a ordirnare il delitto.

Il suicidio sarebbe stato inscenato. Tutta la famiglia era d’accordo sul mantenere il segreto, ma Aldo Da Tos non la pensava allo stesso modo. Tra tutti era il più debole ed ingenuo. Inoltre, era anche innamorato di Emma.

Così, i familiari decidono di dargli moglie. Fiore contatta una famiglia ricca della città, e combina il matrimonio con Carolina.

I due vanno a Roma. Insieme si sentono in sintonia. A tal punto che Aldo, considerandola ormai parte della famiglia, le racconta dell’omicidio di Emma. Carolina, scioccata dal racconto, chiede di ritornare ad Alleghe, dove chiamala madre supplicandola di tornare a casa.

Davanti ai membri dei Da Tos fa finta di niente, ma ciò non basta. Fiore ha già capito, sa che non starà in silenzio riguardo la storia di Emma. Per questo, sanno che devono ucciderla. All’esecuzione, questa volta, dovrà partecipare anche Aldo.

Quest’ultimo con l’aiuto di Fiore, Pietro e Adelina. Quando la coppia di sposini rientrerà in camera, gli altri membri della famiglia saranno dietro l’angolo, pronti ad aiutare Aldo durante l’agguato. Dopodiché gettano il suo corpo nel lago.

Qualcuno però li vede mentre camminano con il cadavere di Carolina sulla spalla: sono Gigio e Gigia Del Monego. Tredici anni dopo vengono uccisi, forse perchè avevano deciso di raccontare la verità. Eppure, dal vicolo usciranno vivi solo i tre assassini: Gasperin, Pietro e Aldo.

Saviane aveva ragine. Il processo si tiene nel 1960. L’8 giugno condannano a trent’anni Giuseppe Gasperin, all’ergastolo i membri della famiglia Da Tos.

Eppure, rimane un dubbio: per quale motivo vienne uccisa Emma. Cosa aveva visto? Realmente per gelosia?

C’è un altro dubbio. Fiore Da Tos, prima di conoscere Elvira, era solo un comune bracciante. I due si innamorano e si sposano, nonstante lei sia incinta di un altro uomo. Quando viene il momento, abbandonano il figlio a Milano. Giovanni, per Fiore, è solo un bastardo a cui sono anche costretti a pagare il mantenimento.

Due testimoni raccontarono di aver visto qualcosa di terribile dentro la macelleria di Aldo, poco prima che Emma morisse. Nello specifico una cesta piena di carne, dove si intravedeva una mano. Di chi poteva essere? Forse di Giovanni, figlio illegittimo di Elvira venuto a reclamare una parte della sua eredità?

Riguardo questi dubbi non sapremo mai nulla.

La storia dei misteri di Alleghe è stata raccontata da Saviane in un libro. Oggi l’Albergo Centrale esiste ancora. Dalle sue camere si può sentire, ogni tanto, il rintocco delle campane.

Scritto da Gaia Vetrano


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