SaturDie Ep. 16 – Morte nel mistero di Piersanti Mattarella

24 maggio 1935 - 6 gennaio 1980

di Gaia Vetrano
34 Min.

Uccidere un’altra persona non è mai un gesto naturale o atteso. Neanche quando la vittima è una persona importante, come Piersanti Mattarella.

Quando si parla di mafia, è difficile definire quando questo fenomeno sia nato. Tantomeno cosa abbia scoperchiato il vaso di Pandora che ne teneva nascoste le storie più spaventose. Molte vittime di questo macabro sistema rimangono impunite. Di troppe non si riesce ancora a individuare nemmeno il mandante.

Sarà il caso, la curiosità, o a volte la circostanza, ma la maggioranza delle stragi di mafia vengono individuate dalla località geografica in cui si è verificata. Vedi la strage di Via d’Amelio, o di Capaci. Ma nella storia di cui vi parliamo, nulla ha la melodrammaticità da ricordare l’attentato, ma la prontezza di un’esecuzione in piena regola.

Vi raccontiamo di una Palermo che, come la descrive Johnny Stecchino, è molto trafficata. Non di macchine, ma di droga, che arriva a Cinisi, e viene spedita da Punta Raisi. Ma anche traffico di armi, a volte di sostanze pericolose. Di cocaina ed eroina. Giri di prostitute.

E se la lotta contro la criminalità organizzata è difficile ma necessaria, quella contro la mafia è ancor più complessa. Perché, se molti hanno combattuto contro di essa, qualcuno ha tentato di legalizzarla. Lo vogliono i mafiosi, perché gli Stati non sempre sono capaci (o, chissà, vogliono) di opporsi.

Tra quelli che vivevano tra i sobborghi palermitani, molti ignoravano la dimensione politica del problema mafioso. Nessuno faceva campagna per seguire i fatti non in maniera episodica, per evitare che assumessero tono folkloristico. Quasi come se fossero un racconto tramandato di generazione, e non un problema concreto di quegli anni.

E ciò poteva solo far comodo, soprattutto a coloro che amavano nascondersi nella polvere residua dell’industrializzazione del paese che aveva, purtroppo, lasciato in condizioni arretrate il restante Sud. L’Italia diventa moderna anche con l’aiuto della mafia, che su questa trasformazione muove i suoi affari.

A chi chiede ai cittadini e alle persone comuni se conoscono i boss mafiosi, in risposta gli viene detto che di politica non si parla. Che non è un argomento di interesse comune, e che qualcuno addirittura non crede alla loro esistenza. La mafia non esiste e, nonostante venga presa di petto, è difficile affrontare una struttura tanto pervasiva da sparire tra le masse cittadine.

Che allo stesso tempo è in grado di lasciare così tante tracce alle sue spalle: ville saltate in aria a cui lo Stato risponde con azioni di Polizia. D’altra parte allora una strage, come rappresaglia. La risposta: un boss arrestato. Un continuo braccio di ferro dove, a pagarci le penne, sono le figure che in prima linea si occupavano di cercare di contrastare lo stra-potere che portava addirittura alla negazione del fenomeno.

Un antico proverbio indiano afferma che, colui che è come un rampicante sulla nuda roccia, tanto più il vento lo scalfisce, tanto più si rafforza. È forse questo che motiva coloro che lottano contro la minaccia mafiosa? La consapevolezza di diventare a ogni attacco più forti e preparati? O la speranza che qualcuno si possa unire a loro?

Quando rimangono chini sulle proprie scrivanie, con le fronti corrucciate piene di rughe, circondati da ritagli di giornale, sentenze, scartoffie. Con l’animo a pezzi ma comunque pieni di motivazione. Davanti a ciò da cui gli altri sono spaventati, sono gli unici a mostrare più forza.

Una foto di Cosa nostra in Sicilia: si riconoscono da sinistra Leonardo Pandolfo, Cesare Manzella, Luigi e Masi Impastato, Sarino e Gaetano Badalamenti

Quando si sente parlare di Don Tano, in parecchi fanno finta di non sentire. Solo in pochi possono pronunciarne il nome: Gaetano Badalamenti. E come questo tanti altri uomini di prim’ordine della schiera mafiosa.

E mentre i loro atti di coraggio segnano la storia e muovono in avanti il motore della giustizia, nell’entroterra, uomini (che di umano hanno ben poco) come Don Tano, ascoltano nascosti le loro gesta alla radio. Siedono attorno a un tavolo di legno insieme, con sguardi torvi.

Molti di quelli che provano a mettersi contro di loro sono solamente “picciotti”. Giovani di poco conto, facilmente eliminabili. Quando il boss Gaetano Badalamenti si mette a discutere di come liberarsene, la risposta arriva facilmente. Come Pandora, la loro insolente curiosità merita di essere punita. In certi affari solo in pochi possono metterci il naso.

E non denotano la minaccia neanche quando si scontrano contro figure di spessore, ormai note e amate dal popolo. Stare dalla loro parte era difficile, e li muoveva il desiderio di uguaglianza sociale.

Così, quando tutti gli italiani, vedono o sentono di Capaci, ne hanno sicuramente già sentito parlare. È un banale tratto di autostrada, che però dietro di sé racconta di coraggio e voglia di cambiamento. In quegli anni Novanta, tra estate e inverno, tra Tangentopoli e gli attentati stragisti. Nascosti da chili di esplosivo e cocaina.

In una Sicilia dove, chi lottava contro la mafia, sapeva di essere un morto che cammina. Non aveva idea di quando sarebbe successo, ma era consapevole di star facendo da sonnambulo e di non avere nulla che lo avrebbe protetto dalla caduta. Sul baratro vi stavano già camminando, mancava solo che qualcuno li spingesse.

Eppure, il concetto di coraggio si scinde magistralmente dalla necessità personale e collettiva. Per chi sente forte il richiamo e il desiderio di aiutare la propria comunità, poco importa se lo spettro della Morte li guarda da lontano. Se sono già consapevoli che prima o poi un sicario qualsiasi lo attenderà davanti casa sua, pronto a parargli un proiettile in testa.

D’altro canto, con cosa il concetto di coraggio viene maggiormente associato, se non con le molteplici definizioni di “sopravvivere”? Al significato di questo verbo si collega la capacità di andare avanti dopo l’aver subito un importante lutto, o di scampare eventi catastrofici. Ma anche l’idea di un qualcosa capace di perpetrarsi nel tempo.

E cosa c’è di più coraggioso se non continuare a vivere mentre i propri amici e colleghi vengono uccisi, consapevole che prima o poi toccherà anche a te? Portare avanti una lotta per cui si è già condannati e abbandonati in partenza. Al contempo, nulla di ciò rimanda all’immagine con la quale si intende il verbo “sopravvivere”, ciò quella di mantenersi in vita con difficoltà, a stento. Perché se mossi da un ideale, anche le imprese più complesse risultano essere più facili.

Così, quelle domeniche mattine passate a pranzo con la famiglia, in chiesa, o banalmente sdraiati nel proprio giardino con un libro in mano, assumono quasi una sacralità maggiore. Eventi fuori dall’ordinario caos che li rendono ancora più importanti.

A Palermo, durante il mese di gennaio, fa discretamente freddo. Spesso le giornate sono nuvolose, così il cielo è colorato di grigio. Il Sole trapassa attraverso le nuvole, ma la luce che arriva è quasi un bagliore sottile. Come se tutto fosse coperto da un alone di opacità.

Quando Piersanti Mattarella esce di casa per andare a messa, indossa uno dei suoi completi più belli, perché rimane un’occasione importante. Tra le sue mani stringe quelle di Irma Chiazzese, sua moglie. Una donna dai capelli mori, gli occhi scuri e un bel sorriso.

Il giovane Mattarella insiste che vuole guidare lui, così la coppia, insieme alla suocera Franca Chiazzese Ballerini e alla figlia Maria, si dirigono verso la loro Fiat 132, parcheggiata in via della Libertà. Irma è contrariata: sa quanto suo marito ci tenga a provare a condurre momenti di vita normale, ma ha anche molta paura. Durante i giorni festivi, infatti, Piersanti voleva che la scorta restasse a casa con la famiglia. Quella mattina il sesto senso di Irma aveva ragione.

Piersanti inserisce le chiavi nel quadro, poi si volta per togliersi il cappotto. Mentre si sbottona la giacca, la Chiazzese si rende conto dell’arrivo di un uomo dalla camminata ballonzolante. Va di fretta verso di loro, ha un’espressione rilassata, come se stesse venendo incontro a un vecchio amico, ma gli occhi freddi come il ghiaccio dicono il contrario.

Tra le dita stringe il manico di una calibro 38. Il sangue nelle vene di Irma si congela in un istante, mentre tira un grido. Il sicario solleva il braccio e lo punta dritto verso il capo di Piersanti.

Dopo il primo proiettile ne spara un secondo, poi tre, quattro, cinque, forse addirittura sei. Al rumore della pistola quello dei vetri che si frantumano e delle grida delle tre donne nella vettura. Per le strade rimbomba il caos, ma niente che non sia già noto ai palermitani.

Il killer dagli occhi di ghiaccio si allontana con tranquillità, come un passante qualsiasi, verso una Fiat 127 parcheggiata lì vicino. Nel frattempo, dentro un bar, il figlio Bernardo chiama il 113. Poi lo zio Sergio, che abita anche lui in via della Libertà.

In preda allo shock dirà:

Zio, corri giù, c’è stato un incidente a papà

Il corpo di Mattarella si accascia sulle gambe di Irma, e ne macchia di sangue i vestiti, oltre che i sedili dell’auto. Ci sono tracce di materia grigia e la donna non sa che fare se non piangere di fronte a quel volto martoriato che un tempo le ricordava quello dell’uomo che ama, ma ora sembra solo l’incarnazione dei suoi incubi più grandi.

Quando solleva nuovamente il volto, il sicario sta tornando in dietro. Stringe in mano un’altra pistola, che sta nuovamente puntando contro la loro macchina. In un gesto di speranza, Irma prova a proteggere la testa di suo marito con le mani. Forse, si può ancora salvare. Così viene colpita al palmo da alcuni proiettili, ma il dolore fisico non può essere superato da ciò che prova alla vista del cranio massacrato di Piersanti.

Quando arrivano i soccorsi, per Mattarella non c’è niente da fare. I secondi collimano tra loro mentre attorno a lei arrivano ambulanze, sirene di polizia, giornalisti e cittadini incuriositi. La sua gonna è sporca di sangue rinsecchito, il trucco le è colato dal viso e i capelli un tempo ordinati sono adesso arruffati. Il cuore però le batte ancora come se stesse per esplodere nel suo petto.

Attorno a lei lo spettro di uno stato che l’ha abbandonata. Piersanti Mattarella è morto.

Quando uomini come Don Tano ascoltano la radio, seduti ai loro tavoli, non gli importa nulla del come. Ma solo del nome dell’ennesima “seccatura” che si sono tolti dai piedi. Attorno a loro, è già mattina, e la vita va avanti. Palermo, brulicante di energia e di morte.

Piersanti Mattarella: la vita di colui che sfidò la mafia

Per molti, il 6 gennaio è per antonomasia l’Epifania. Una festa ancora diffusa, soprattutto tra i più piccini. Un giorno da vivere che nel 1980 diventa un incubo per una famiglia e dà il via a una lunga stagione di sangue. Ampia traccia nelle cronache nere italiane, che ancora oggi trova con difficoltà spazio nei libri scolastici.

Piersanti Mattarella era per tutti un uomo giusto e onesto.

Cresciuto in ambiente democristiano, nasce a Castellammare dl Golfo. Il padre, Bernardo, è un politico di lungo corso, e come lui anche il figlio dedica alla politica la sua intera vita nelle schiere della Democrazia Cristiana, dopo alcuni anni di attività in Azione Cattolica.  

In confronto ai suoi compagni di partito, prende una svolta decisa contro il sottobosco mafioso, che stringeva come una piovra la comunità siciliana.

Nel novembre del 1964 si candida nella lista DC alle elezioni comunali di Palermo ottenendo più di undicimila preferenze. Diventa così consigliere comunale di Palermo nel pieno dello scandalo del Sacco di Palermo (periodo di boom edilizio verificato tra gli anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo).

Alle elezioni regionali del 1967 viene eletto deputato all’Assemblea regionale siciliana nella sua VI legislatura, nel collegio di Palermo, con più di trentaquattromila voti.

Poi entra nella Commissione Legislativa regionale, nella Giunta per il Regolamento e nella Giunta per il Bilancio. Fu inoltre membro della Commissione speciale incaricata di riformare la burocrazia regionale, divenendo relatore della legge di riforma.

Sulle pagine del giornale Sicilia Domani, nel giugno 1970, Piersanti denuncia diverse criticità dell’Assemblea regionale. Il primo punto riguardava le pratiche clientelari dei consiglieri regionali, con una prassi che denominò “provincializzazione“. I deputati erano infatti spesso ritenuti incapaci di adempiere ai loro obblighi, perché tendevano a interessarsi solo delle problematiche del territorio che li aveva eletti.

Risultava così impossibile provare a perseguire una linea politica chiara e uniforme. Proprio per questo Mattarella allarga i collegi. Inoltre diminuisce a otto il numero degli assessori. Così come le commissioni legislative: da sette a cinque. Sempre per garantire la trasparenza dell’organo introduce anche dei limiti temporali.

In quegli stessi anni Piersanti Mattarella si fa largo nella DC provinciale e regionale, grazie al sostegno di Aldo Moro, e dichiara lotta contro la mafia.

Verrà eletto tre volte di fila ottenendo pian piano una maggioranza sempre più grande.

Nel 1978, dopo otto anni di discussione con Aldo Moro, Piersanti decide di entrare nel Consiglio nazionale della DC e, poi, nella Direzione nazionale, facendogli raggiungere una caratura politica da leader della sinistra democristiana siciliana.

Ciò lo spronerà ancor di più a continuare il suo percorso nella politica. Sarà eletto dall’Ars presidente della Regione Siciliana il 9 febbraio 1978 con 77 voti su 100, il risultato più alto della storia dell’Assemblea. Con lui una coalizione di centro-sinistra con l’appoggio esterno di Moro e del Partito Comunista Italiano, guidato da Achille Occhetto.

Crea riforme sul fronte degli appalti e dell’urbanistica, con lo scopo di diminuire la speculazione edilizia e gli interessi di mafiosi e palazzinari. Da tempo si era reso conto fosse necessario recidere i legami tra il suo partito e Cosa nostra. Proprio per quanto riguarda gli appalti, Mattarella riteneva fosse fondamentale distogliere l’interesse mafioso da quest’ambito.

Emblematiche le parole dette a Enzo Mignosi. Questo indgava riguardo alcune irregolrità circa gli appalti sulla manutenzione di alcune scuole. A Piersanti lui disse: «Presidente, se continuo, finisco in un pilone di cemento». Mattarella gli rispose: «Lei vada avanti, nel caso nel pilone ci finiamo tutti e due».

Moro e Mattarella sono legati non solo dalla stima reciproca, ma pure da una grande amicizia. Non stupisce quindi quanto la notizia dell’assassinio del primo, alla vigilia del governo Andreotti, abbia turbato Mattarella.

Una mano sollevò una punta della coperta e vidi il volto di Aldo Moro e, durante tutte le complicate e forzatamente lente operazioni degli artificieri, la commozione fu solo superata con la preghiera e con la consapevolezza che il colpo dato alle nostre istituzioni è talmente grave che è indispensabile iniziare subito con razionalità a operare per difenderle

Piersanti Mattarella, Giornale di Sicilia, 11 maggio 1978

Mattarella non si ferma: la sua è una politica incentrata sul fare. Si occupa di un piano d’emergenza per la mobilitazione delle risorse per incentivare l’occupazione, e lotta contro la disoccupazione, a favore del rifinanziamento degli asili nido e della legge sul settore agricolo e sui consultori familiari.

Ma la morte di Moro non sarà l’unica a stravolgere la vita di Mattarella. In contemporanea al ritrovamento del cadavere del primo, per le campagne di Cinisi, più precisamente in prossimità della linea ferroviaria, vengono ritrovati i resti di un’altra figura: Peppino Impastato.

Un giovane coraggioso. Un giornalista che, con le sue trasmissioni radiofoniche, criticava apertamente l’operato mafioso, che con la sua famiglia aveva legami molto importanti. Suo padre era infatti uno dei capibanda, Luigi Impastato. Peppino diventa uno dei simboli della lotta al malcostume e alla criminalità.

Per Piersanti è l’occasione per recarsi a Cinisi, dove tiene un discorso infuocato contro Cosa nostra, dove condanna le logiche perverse che uccidono i giovani siciliani e distruggono la regione. Gli stessi amici di Impastato si stupirono delle parole di Mattarella, non aspettandosi un’arringadi condanna da parte sua.

Inizia così il suo impegno contro la mafia. Quando il deputato Pio La Torre, responsabile nazionale dell’ufficio agrario del Partito Comunista Italiano, denuncia gli stretti legami e le collusioni al cui centro c’era l’Assessore dell’Agricoltura, Mattarella non lo difende.

Non una scelta comune, quella di non restare in silenzio. Evita quell’assenza di rumore che suggerisce assenso. Mattarella non chiude i suoi occhi o la sua bocca. Per questo, ne pagherà la vita.

Il Procuratore Gian Carlo Caselli, in un’intervista a Repubblica del 12 agosto 1997, affermerà: “Piersanti Mattarella un democristiano onesto e coraggioso ucciso proprio perché onesto e coraggioso“.

I familiari soccorrono Piersanti Mattarella. Lo sorregge il fratello Sergio, fuori dall’abitacolo in cui restano attonite la moglie Irma e la figlia Maria (foto di Letizia Battaglia, 1980)

Perchè Piersanti Mattarella doveva morire?

Le teorie su chi l’avrebbe ucciso e il possibile coinvolgimento dei NAR

Quando una persona viene uccisa in maniera così brutale, ciò che ci si chiede spesso è il motivo che abbia spinto l’assassino.

Ma nella vicenda Mattarella, è importante anche il chi.

Ciò che fa specie, durante un esame autoptico, è il tipo di proiettile usato. Si tratta di una pallottola wadcutter usata nei poligoni di tiro sportivi. Chi avrebbe potuto dare in prestito un’arma con suddette munizioni? In particolare le indagini della Procura individuarono due diverse revolver: un Colt Cobra e un Rohm oppure un Charter Arms.

La caratteristiche principale della wadcutter è che la punta cilindrica della palla, la rende particolarmente precisa nel momento in cui viene sparata. Inoltre, quando colpisce il bersaglio, produce il caratteristico foro rotondo senza slabbrature ben visibili.

Arrivata la polizia nel posto, la prima cosa di cui si resero conto era che le targhe montate sulla FIAT 127 – l’auto con cui ricordiamo fosse fuggito il killer, ritrovata parcheggiata in seconda fila a 500 metri dal luogo del delitto – erano contraffatte. Quella anteriore era infatti composta da due pezzi, rispettivamente “54” e “6623 PA“; quella posteriore da tre, ossia “PA”, “54” e “6623“.

Ciò che si suppone e che sia stata rubata mentre si trovava parcheggiata in via De Cosmi, a circa 500 metri dal luogo del delitto, intorno alle ore 19:30 del 5 gennaio.

Le targhe originali dell’auto (PA 536623) erano state alterate con quelle di una Fiat 124 posteggiata in via delle Croci, a circa un chilometro di distanza dal luogo del delitto.

Ciò che emerge dalle prime indagini è una profonda saldatura tra i Nuclei Armati Rivoluzionari, NAR, e la mafia. Ma quale convenienza avrebbero avuto entrambi? Perché i primi avrebbero accettato di diventare manovalanza dei boss siciliani e per quale motivo questi ultimi, disponendo di moltissimi sicari addestrati, avrebbero accettato di collaborare?

Il tipo di arma usata costituì per molti anni una pista. Vi sarebbe infatti un’analogia con il delitto del giudice antiterrorismo Mario Amato. Quest’ultimo venne ucciso da Gilberto Cavallini, membro dei NAR, il 23 giugno del 1980 a causa delle sue indagini riguardo il terrorismo nero. Ma nessun’altra prova riuscì a collegare le due vicende. Si tratta, allo stato, di un’ipotesi ritenuta “suggestiva“, ma sulla quale non ci sarebbero ancora i necessari riscontri tecnici.

Fu invece la stessa Irma Chiazzese individuare come killer il neofascista, fondatore dei NAR, Giusva, ossia Giuseppe Valerio, Fioravanti.

Giusva Fioravanti

Dopo il suo arresto saranno determinanti le parole di Cristiano Fioravanti, fratello di Giuseppe Valerio, e membro dei NAR. Questo diventa collaboratore di giustizia, e parla dei suoi compagni di armi, rivendicando diversi omicidi, tra cui quello di Ciccio Mangiameli, tesoriere di Terza Posizione, un movimento politico.

Questo sarebbe stato ucciso qualche mese dopo Mattarella perché, secondo le dichiarazioni di Fioravanti, avrebbe rubato dei proventi e dei fondi messi da parte che dovevano servire per finanziare la rocambolesca fuga dal carcere di Ucciardone del leader ordinovista Pierluigi Concutelli, comandante e, per i neofascisti, boia del giudice Occorsio.

Mangiameli meritava di morire perché aveva rubato i soldi, e con lui anche la moglie e la figlia. Ma in questo cosa c’entrano la mafia e Mattarella?

Ebbene, Cosa nostra avrebbe proposto loro uno scambio: i Fioravanti avrebbero dovuto dare loro una mano per eliminare Piersanti, in cambio loro si sarebbero occupati della fuga di Concutelli. Nonostante possa sembrare un’ipotesi fantascientifica, in realtà si arrivò addirittura a un processo, dove la testimonianza di Cristiano è per molti risultata poco attendibile.

Cristiano Fioravanti

Di seguito vi riportiamo le parole di Cristiano Floravanti davanti al giudice Falcone del 29 marzo 1986:

«Io ho sempre espresso la convinzione che gli autori materiali di quell’omicidio fossero mio fratello e Luigi [rectius: Gilberto] CAVALLINI, coinvolti in ciò dai rapporti equivoci che stringeva Mangiameli in Sicilia. La storia dell’eliminazione di Mangiameli da parte di mio fratello richiama quei collegamenti.

Peraltro, mi risultava che in quei giorni mio fratello e anche Cavallini e Francesca Mambro erano in Sicilia per loro contatti con Mangiameli. Quando furono pubblicati gli identikit degli autori materiali dell’omicidio Mattarella sui giornali, ricordo che mio padre esclamò, per la somiglianza degli identikit con mio fratello e Cavallini, somiglianza che io stesso avevo rilevato immediatamente, ”hanno fatto anche questo!“»

Giovanni Falcone stesso il 3 novembre 1988 in una audizione in Antimafia definì l’indagine «estremamente complessa», dal momento che «si tratta di capire se e in quale misura la pista nera sia alternativa rispetto a quella mafiosa, oppure si compenetri con quella mafiosa, nell’ambito di un presunto scambio di favori tra mafia e terrorismo di estrema destra».

I Fioravanti avrebbero avuto a Palermo anche il supporto di Gabriele De Francisci, militante del FUAN, ossia il Fronte universitario d’azione nazionale, la cui zia sarebbe proprietaria di alcuni appartamenti vicini via della Libertà, che avrebbero potuto costituire da “base di appoggio”.

Nel 1990 Cristiano Fioravanti smise di accusare il fratello, affermando di non poter più riuscire a sostenere il peso morale e i sensi di colpa che da ciò stavano scaturendo.

Angelo Izzo

Molti esponenti della destra parlarono successivamente riguardo l’agguato a Piersanti. Lo stesso Angelo Izzo, uno dei mostri del Circeo, svelò agli inquirenti dettagli inediti. Infatti, interrogato dal giudice istruttore di Bologna riguardo la strage del 2 agosto 1980 e successivamente da Falcone stesso, parlò dell’abbigliamento del killer e delle armi adoperate.

Ciò si rivelò comunque falso, perché, per quanto riguarda gli abiti, le informazioni date erano in contrasto con le testimonianze oculari rese, mentre relativamente alle armi impiegate, vennero smentite dagli esiti delle perizie balistiche.

Eppure, secondo quanto suggerito da Izzo, il l’omicidio sarebbe stato messo in atto da Massimo Carminati, il capo di Mafia capitale, oggi in carcere a Parma in regime di 41 bis. Questo avrebbe messo in contatto i neofascisti romani e la Banda della Magliana, oltre a essere l’armiere dei NAR.

Riguardo al suo coinvolgimento ne parlò anche Fioravanti. Secondo quanto da lui affermato, Carminati si trovava anch’esso a Palermo per occuparsi dell’evasione di Concutelli.

Angelo Izzo sull’omicidio Mattarella ha firmato questa testimonianza:

«Giusva e Concutelli mi dissero che dietro l’assassinio c’erano la mafia e gli ambienti imprenditoriali legati alla massoneria nonché esponenti romani della corrente DC avversa». Su Massimo Carminati: «La Banda della Magliana è collegata alla mafia siciliana e ha rapporti con Fioravanti e in maniera più accentuata con Carminati».

Secondo la versione di Izzo, inoltre, l’autista della famosa Fiat 127 parcheggiata era proprio Cristiano Fioravanti stesso, che però negò sempre il suo coinvolgimento.

Cosa dobbiamo chiederci? Perché e con quale logica venne ucciso? Cosa c’era dietro all’accordo Mafia – NAR?

Altre piste riguarderebbero addirittura il KGB. L’agente segreto francese Pierre de Villemarest, ricollegandosi a quanto Sciascia avrebbe scritto sul Corriere della Sera, dove individuava la mafia come unico colpevole, avrebbe suggerito un eventuale collegamento anche con la P2. Quest’ultima avrebbe agito l’eversione di destra per conto del KGB, in quanto il politico siciliano sosteneva il compromesso storico per snaturare il PCI e sottrarlo all’influenza sovietica.

Licio Gelli

In ogni caso, proprio sulla vicenda, il “Maestro VenerabileLicio Gelli, capo della loggia P2, ebbe da dichiarare, in una sorprendente intervista rilasciata alla giornalista Marcella Andreoli per il settimanale Panorama del 13 agosto 1989, riguardo alle indagini dei magistrati di Palermo sul delitto Mattarella e, specificatamente, sul ruolo del terrorista nero Valerio Fioravanti:

«Gli inquirenti non possono scoprire ogni responsabilità: alcuni delitti sono perfetti. Ma è ridicolo accusare i servizi segreti deviati o la P2».

Le ultime deposizioni di Falcone riguardano proprio il delitto Mattarella. Questo puntava sulla colpevolezza dei terroristi di estrema destra Giuseppe Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, leader dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), quali esecutori materiali del delitto.

Chiamati a collaborare con la mafia la P2 di Licio Gelli e la banda della Magliana. Ciò fu possibile proprio grazie alle dichiarazioni di Cristiano Fioravanti, Paolo Bianchi, Angelo Izzo, Sergio Calore, Stefano Soderini, Paolo Aleandri e Walter Sordi.

Nel giugno 1991 il giudice istruttore Gioacchino Natoli rinviò a giudizio per il delitto Mattarella i membri della “Commissione” o “Cupola” di Cosa nostra. Questo perché, sulla base del “teorema Buscetta”, nessun omicidio di certo rilievo poteva avvenire senza l’approvazione del vertice mafioso, composto da: Michele Greco, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Bernardo Brusca, Francesco Madonia, Antonino Geraci. Insieme a loro anche Giuseppe Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, quali esecutori materiali del delitto.

Dopo la morte di Falcone, Buscetta rilasciò delle nuove dichiarazioni.

Sentito dalla Commissione Parlamentare antimafia presieduta dall’on. Luciano Violante il 12 novembre 1992, affermò:

«Le garantisco che i fascisti in questo omicidio non c’entrano. Quei due sono innocenti. Glielo garantisco. E chi vivrà, vedrà. Credo che Mattarella in special modo volesse fare della pulizia in questi appalti. Se andate a vedere a chi sono andati gli appalti in tutti questi anni, con facilità voi andrete a scoprire cose inaudite. Non avevano bisogno di due fascisti. La Cosa nostra non fa agire due fascisti per ammazzare un presidente della Regione. È un controsenso»

Non per ultimo, Francesco Marino Mannoia – a quel tempo testimone di giustizia sotto la protezione dell’F.B.I. – interrogato il 3 aprile 1993, affermerà

«La ragione di questo delitto risiede nel fatto che Mattarella Piersanti – dopo avere intrattenuto rapporti amichevoli con i cugini Salvo e con Bontate Stefano – successivamente aveva mutato la propria linea di condotta. Egli voleva rompere con la mafia, dare “uno schiaffo” a tutte le amicizie mafiose e intendeva intraprendere un’azione di rinnovamento del partito della Democrazia Cristiana in Sicilia. […] La decisione fu presa da tutti i componenti della commissione provinciale di Palermo, e su ciò erano perfettamente concordi il Riina, il Calò, l’Inzerillo ed il Bontate. Erano perfettamente d’accordo, anche se formalmente estranei alla decisione, i cugini Salvo Antonino e Salvo Ignazio»

Sempre per Mannoia, all’omicidio parteciparono Federico Salvatore (il quale era a bordo di un’autovettura), Davì Francesco – uomo d’onore di una famiglia, di mestiere pasticcere -, Rotolo Antonino, Inzerillo Santino ed altri. Buscetta e Marino Mannoia fecero il nome di Calogero Ganci, Brusca quello di Giuseppe Leggio.

Il 12 aprile 1995 vennero condannati all’ergastolo i boss mafiosi Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci come mandanti dell’omicidio Mattarella. Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini furono assolti dall’accusa.

Vennero considerate insufficienti le parole della moglie Irma Chiazzese riguardo l’identità del killer. Da Bernardo Mattarella questa celta venne definita come l’ennesima prova della morte del diritto.

Ad oggi rimangono ignoti gli esecutori materiali del delitto di Piersanti Mattarella, un uomo giusto e onesto il cui unico interesse fu quello di renderela Sicilia una Regione delle “carte in regola”.

Scritto da Gaia Vetrano


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