Parliamo di suicidio

di Elisa Quadrelli
Pubblicato: Ultimo aggiornamento il 4 Min.

Settembre è il mese per la prevenzione del suicidio. Un tema delicato come questo va trattato nella piú grande concretezza, senza paura di parlarne, per aiutare chi vive ogni giorno l’incombenza di pensieri di ideazione suicidaria a sentirsi visto, riconosciuto e meno solo. 

Informazione e prevenzione

La maggioranza dei suicidi è connessa alla presenza di un disturbo mentale. La depressione, ma anche il bipolarismo, la schizofrenia, i disturbi di personalità e l’abuso di sostanze sono possibili precursori di un atto suicidario. 

Può essere peró anche il frutto di una scelta razionale, responsabile, che ha radici diverse da quelle del malessere di natura psichica.

È importante rispettare l’autodeterminazione delle persone nel compimento di una scelta che, se a noi risulta terribile e incomprensibile, é per altri l’unica via possibile. È altrettanto importante peró prevenire il suicidio delle persone che ci circondano, sostenendole nel dolore e ricordando loro quanto possa ancora regalargli la vita. 

Empatia e supporto

Sostenere una persona a noi cara che ha ideazioni suicidarie non è facile: lo stato mentale di una persona che pensa al suicidio è spesso difficile da comprendere e spaventoso per chi non ha mai vissuto sensazioni simili. Non per questo il sostegno di queste persone richiede atti eroici. Aiutarli nel limite delle proprie possibilità è un esercizio di empatia e di vicinanza, di presenza e cura nel riconoscimento della sofferenza altrui. Tale sofferenza va riconosciuta, non messa in dubbio, svalutata o messa in discussione. 

É importante, anche se non si capisce cosa la persona provi, farle sapere che si é presenti, nella maniera in cui si è in grado. Un abbraccio, un sorriso o una foto divertente possono essere piccoli spiragli di luce che giorno dopo giorno illuminano un po’ di piú la solitudine intrinseca alla sofferenza. Bastano piccoli gesti per ricordare alle persone la nostra presenza ed il nostro affetto. Interventi di maggiore portata invece andrebbero lasciati a chi di competenza: psicologi, psicoterapeuti e psichiatri sono preparati ad affrontare situazioni che ad altri sfuggirebbero di mano.


Suicidio in carcere

Nel mese di agosto é stato sottolineato come in Italia molti detenuti delle carceri abbiano scelto il suicidio, privi di altre soluzioni e speranze, lasciando punti interrogativi nelle loro famiglie e nella società. Il suicidio in carcere è un realtá estremamente presente, conseguenza estrema di una detenzione che chiude ogni possibile porta al futuro. 

Molti detenuti vengono da una storia lunga di reati minori o maggiori, carceri minorili e tossicodipendenza, in un continuum di criminalità e conseguente detenzione. La detenzione in Italia rappresenta una punizione, un’etichetta, uno stigma per il quale dopo lo sbaglio commesso la persona non viene considerata dotata di risorse. 

È sicuramente questa mentalitá scoraggiante, di esclusione dalla societá delle persone che hanno fatto un errore, nel loro confinamento e nella ghettizzazione, che diventa poi fabbrica di ulteriore criminalità. Alla luce di tragiche storie provenienti dalla realtà carceraria, sarebbe una buona idea rivedere nel concreto quali sono le possibilità di un detenuto di sperimentarsi in una nuova attività, in un nuovo lavoro e in un nuovo impiego delle sue risorse personali, in modo utile per se stesso e per gli altri. 

Le possibilità di riscoprirsi in Italia come cittadino libero sono poche, condizionate da un errore per le quali si è scontata o si sta scontando una pena. Un programma di reinserimento costruttivo e non punitivo al mondo del lavoro, ma anche al mondo accademico e alla quotidianità è quello che manca a persone che dall’arresto in poi si trovano per via delle loro condizioni economiche e sociali, abbandonate a se stesse, senza nemmeno una possibilità di scoprire quali nuovi interessanti ruoli la società riservi per loro.

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