La banalità del male: da Eichmann alle carceri in Italia

di Costanza Maugeri
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1961, 15 anni dopo il processo di Norimberga che vide condannati ventiquattro tra le più influenti personalità naziste, venne processato in Israele il responsabile delle deportazioni verso i campi di concentramento e di sterminio,  Adolf Eichmann.

Il processo venne ascoltato anche dalla filosofa tedesca Hannah Arendt che dopo aver analizzato le parole dell’imputato, nel 1963 pubblicò “La banalità del male”.

La domanda sorge spontanea: perché il male è banale?

Hannah Arendt afferma che da un gerarca nazista si sarebbe aspettata una personalità spietata, invece, si trovò di fronte un semplice burocrate che si difese sostenendo infinite volte di aver semplicemente, come Ponzio Pilato obbedito agli ordini, sollevandosi, così, da ogni responsabilità, lavandosi le mani della sua coscienza.

 Agosto 2022, Donatella Hodo , una ragazza 27enne con problemi di dipendenza da stupefacenti si suicida in carcere inalando il gas del fornelletto della sua cella.

Vincenzo Semeraro, il giudice di Sorveglianza del Tribunale di Verona in una sua lettera, letta durante i funerali della ragazza scrive che con questa tragedia ha fallito il sistema carcerario italiano e anche lui che ne fa parte e forse falliamo anche noi ogni giorno quando restiamo indifferenti a questo tipo di notizie che dovrebbero far nascere in noi una profonda riflessione.

Se una ragazza arriva a compiere l’estremo gesto di dolore in una delle carceri italiane è evidente che ci sia un problema e il problema vive in un meccanismo carcerario indifferente, che se ne lava le mani davanti alla sofferenza dei detenuti e delle detenute, un meccanismo che punisce invece di rieducare, che ghettizza invece di reinserire, dopo un percorso che dovrebbe essere prettamente psicologico, nella società.

La banalità del male che si fa strada nelle carceri italiane risiede nel non rendersi conto che, una ragazza come Donatella non aveva bisogno di una pena da scontare, ma di aiuto, aiuto che ha chiesto disperatamente simbolicamente con la sua irreversibile scelta di strapparsi la vita da dosso.

La banalità del male che vive dentro di noi sta nel giudizio superficiale, quello che categorizza Donatella come una tossica e delinquente, Donatella non era questo, era un’anima fragile che per delicate e complesse vicissitudini di vita si era rifugiata negli stupefacenti e il nostro dovere è chiederci perché.

Scritto da Costanza Maugeri


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