Il rapimento di Fabrizio De André e Dori Ghezzi

di Mirko Aufiero
8 Min.

Il 27 agosto 1979 Fabrizio De André e la futura moglie Dori Ghezzi vennero sequestrati nella loro villa in Sardegna: la loro prigionia terminerà solo 117 giorni dopo. 

La sera del 27 agosto 1979 Fabrizio De André e la compagna Dori Ghezzi vennero rapiti mentre si trovavano nella loro villa in Sardegna: la loro prigionia durerà 117 giorni, concludendosi solo il 20 dicembre 1979 con la liberazione di entrambi.

Quella dei sequestri era una pratica assai diffusa nella Sardegna del tempo: dagli anni ‘60 agli anni ‘90, infatti, l’Anonima sequestri (espressione usata dai media per indicare bande criminali dedite ai sequestri nell’isola) ha compiuto centinaia di rapimenti. 

Gli antefatti 

De André e la moglie Dori Ghezzi

De André visitò per la prima volta la Sardegna nel 1968, venendo subito affascinato dall’atmosfera misteriosa e rurale dell’isola. Decise allora di trasferirsi in Gallura, nei pressi di Tempio Pausania con la futura moglie Dori Ghezzi nel 1976

Lì la coppia comprò un’ampia proprietà, nella quale De André, come egli stesso ha dichiarato, “ha speso tutti i soldi che era riuscito a guadagnare”. Essa venne trasformata in una fattoria e agriturismo, nella quale il cantautore si occupava personalmente di lavorare la terra.  

Dal punto di vista economico è proprio un fallimento, ma ci guadagni tanto in salute e serenità. Questo luogo è una magia, dà tanta gioia per l’anima, anche quando torni a casa distrutto dalla stanchezza. Ti appaga e non lascia spazio alle inquietudini. Vivere questa dimensione è il modo più semplice ma anche il più profondo di vivere questa terra“.

Il rapimento di De André e Ghezzi

De André e Dori Ghezzi il 27 agosto 1979 stavano passando una serena giornata in famiglia: erano presenti nella proprietà i genitori di lei, la figlia della coppia e altri amici. 

Essi non potevano sapere però che a pochi metri dalla proprietà c’erano due uomini nascosti fra gli arbusti. Essi osservavano tutti i movimenti delle future vittime grazie a un binocolo, in attesa di entrare in azione. 

L’occasione di agire per i banditi arrivò la sera stessa. Quando tutti, eccetto la coppia, ebbero lasciato la villa, i due, più un terzo uomo, entrarono nella casa a volto coperto. 

Erano le 23, Fabrizio e Dori erano pronti per andare a letto, quando lei sentì un rumore strano: il suono di passi di un uomo con le scarpe. Sapeva che non poteva essere Fabrizio, lui era scalzo; si affacciò allora al ballatoio, e fu in quel momento che i due banditi la assalirono.

Il terzo bandito raggiunse subito dopo De André puntandogli contro un fucile

«Fummo presi e fatti scendere al piano terra dopo averci fatto calzare scarpe chiuse e portato con noi alcune paia di calze. Ci fecero uscire dal retro della casa e fatti sedere sulla nostra macchina.

De André e Dori Ghezzi

Scendemmo definitivamente dalla macchina e iniziammo il tragitto a piedi per la campagna che alternava tratti scoscesi a tratti pianeggianti e poi ripidi, tra cespugli e rovi, con la testa incappucciata. Camminammo per circa due ore. Dopo una sosta di riposo, riprendemmo il trasferimento in percorsi ancora più accidentati, camminando per qualche ora ancora. Dopo di che, sfiniti, ci fermammo, trascorrendo la notte all’addiaccio. Il cammino riprese il giorno successivo, percorrendo un tragitto interamente in salita, fino all’imbrunire. Raggiunta la destinazione, per la prima volta ci tolsero le maschere e alla nostra vista si presenta la sagoma di un bandito incappucciato. Apprendemmo che si trattava di uno dei nostri custodi, che ci accompagnerà per tutta la prigionia e che Fabrizio battezzerà col nome “il rospo”. 

La coppia trascorse i primi giorni in un nascondiglio dormendo all’aperto, per poi essere trasferita in un nuovo rifugio per i mesi seguenti, dove trascorse le notti in tenda per proteggersi dal freddo.

“Le informazioni che ci davano erano che il padre di Fabrizio non volesse pagare il riscatto. Ci proponevano di liberare Fabrizio per pagare il mio riscatto o, viceversa, di liberare me affinché Fabrizio convincesse il padre a pagare la mia liberazione. Alla supplica di Fabrizio di alleviarci dalle torture delle bende i banditi acconsentirono, legandoci però con delle catene perché non scappassimo. Uno dei banditi, che di tanto in tanto veniva per accertarsi delle nostre condizioni, raccomandando ai custodi di trattarci bene, comunicava in italiano corretto e forbito, si esprimeva in modo calmo e gentile, che Fabrizio chiamava “l’avvocato“. Dopo il 5 novembre siamo stati nuovamente spostati su un altro versante della montagna. In quel rifugio le tende erano due, una per noi e una per i custodi; ci dotarono anche di un fornello da campo e di una bombola di gas per preparare cibi caldi. Fino ad allora ci nutrivano con pane e formaggio, salsiccia e scatolame”. 

Il riscatto

Nel frattempo, i sequestratori inviarono una lettera al padre del cantautore chiedendo un riscatto di 2 miliardi di lire. Quest’ultimo, allora, cercò di mettersi in contatto con i banditi per ridimensionare la cifra. 

Vennero inviati come ambasciatori un avvocato di Sassari e il parroco locale, don Vico, per un primo approccio che si rivelò infruttuoso. In seguito, a novembre, in un nuovo incontro i banditi richiesero il pagamento di un anticipo della somma, 300 milioni di lire, pena l’uccisione degli ostaggi.

Ci furono altri incontri. Alla fine, il parroco riuscì a portare a termine un accordo che prevedeva il pagamento di 550 milioni di lire, avvenuto poco dopo. 

La liberazione di De André

De André con Dori Ghezzi

Dori Ghezzi fu la prima ad essere liberata: alle 23 del 20 dicembre venne rilasciata e soccorsa da don Vico. Il giorno seguente, alle 21 del 21 dicembre, venne invece liberato Fabrizio De André. 

Dopo alcune ore di marcia in compagnia del mio guardiano raggiungemmo una strada asfaltata. Mi disse di aspettare che sarebbero venuti a prendermi per accompagnarmi a casa. Dopo qualche ora di attesa mi raggiunge l’emissario; ora apprendo si trattava di Giulio Carta, il quale mi fa salire sui sedili posteriori dell’auto. Mi porterà fino all’abitazione di Portobello, dove mi attendono i miei familiari“. 

Le indagini e il processo 

A seguito delle indagini, che videro coinvolte figure di spicco come il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, emerse che la banda era composta da un totale di 10 membri

I primi arresti avvennero a dicembre del 1979, mentre il resto della banda venne catturato nei mesi successivi. In seguito emerse inoltre la collaborazione di altri due individui, accusati di riciclaggio e truffa. 

De André e Ghezzi costituirono parte civile nel processo contro i mandanti del sequestro, mentre invece perdonarono i carcerieri e la manovalanza. Nel 1985, inoltre, la coppia chiese la grazia al Presidente della Repubblica per Salvatore Vargiu, vivandiere della banda.

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