Il conflitto del Darfur, una guerra dimenticata

di Mirko Aufiero
9 Min.

Nel febbraio 2003 iniziava il conflitto del Darfur, che causò un’enorme crisi umanitaria. Oggi, in seguito alla guerra civile scoppiata in Sudan, il conflitto rischia di riaccendersi

Oggi il Sudan è alle prese con la guerra civile che vede contrapposti due generali in lotta per il potere. I conflitti interni al Paese non sono però rari; nel corso della sua storia il Sudan ha affrontato guerre civili di enorme portata, di cui quella attuale non è che l’ultima di un lungo elenco.

Tra questi conflitti, il più disastroso è stato quello del Darfur, scoppiato nel febbraio del 2003 nell’omonima regione del Sudan occidentale. Dopo quasi ventuno anni dal suo inizio, e dopo circa 300mila morti e milioni di sfollati, il governo del Sudan non è ancora riuscito a porre un punto alla questione. Tutt’oggi continuano scontri nella regione, specialmente in seguito allo scoppio della guerra civile, la quale rischia di far precipitare nuovamente la situazione.

Le origini del conflitto in Darfur

SUDAN. Centinaia di morti nel Darfur all'ombra della guerra tra Al Burhan e Dagalo - Pagine Esteri

Il Darfur è una delle nove province del Sudan, situato nella parte occidentale del Paese al confine con Ciad, Libia, Repubblica Centrafricana e Sud Sudan. Con una superficie paragonabile a quella della Spagna, il Darfur conta oggi una popolazione di circa nove milioni di persone, costituita da numerosi gruppi etnici.

Tali gruppi possono essere classificati a loro volta all’interno di due macrogruppi, quello di origine africana e quello di origine araba; una contrapposizione che è stata ed è uno degli elementi chiave dei conflitti interni al Sudan. Infatti, l’elite del Paese è costituita dagli arabi, concentrati lungo la riva del Nilo e detentori del potere politico, mentre la popolazione di origine africana abita nelle regioni periferiche del Paese, meno sviluppate rispetto al centro.

Le cause del conflitto sono molteplici. Se da un lato un ruolo importante lo ha avuto l’opposizione tra la maggioranza di origine africana e la minoranza di origine araba, dall’altra è necessario tener conto delle motivazioni politiche ed economiche.

Tra queste, come sottolinea un rapporto del ministero della Difesa, è utile citare la combinazione di catastrofi naturali e le dispute politiche ed economiche che hanno interessato la regione a partore dagli ultimi decenni dello scorso secolo, contrapponendo le forze locali del Darfur a quelle governative.

Da un lato, la progressiva espansione del Sahara ai danni delle terre fertili ha sottratto terreni coltivabili agli agricoltori, esacerbando le tensioni con gli allevatori nomadi del nord-est del Paese. Dall’altro, fonte di tensione è stato il controllo dei giacimenti petroliferi, business di primo piano per il Paese, dei cui guadagni solo una piccola parte è spesa per i cittadini.

Lo scoppio delle ostilità

A due anni dal golpe riesplode il Darfur

Allo scoppio del conflitto, nel febbraio 2003, gruppi di milizie ribelli attaccarono Golo, centro di comando dell’esercito sudanese. A dare il via alle ostilità fu il Fronte di Liberazione del Darfur, aiutato da altri gruppi ribelli, che già negli anni precedenti erano stati protagonisti di attacchi alle forze armate.

In seguito, il Fronte strinse un’alleanza con il gruppo Justice and Equality Movement (JEM) e assunse il nome di Sudanese liberation army (SLA). La maggior parte di questi ribelli era costituita agricoltori africani di religione musulmana, i quali si opponevano al governo centrale arabo con lo scopo di causarne la caduta.

In seguito all’attacco, il dittatore sudanese Omar al-Bashir, al potere dal 1989 fino al 2019, inviò truppe dell’esercito, le quali però subirono dure sconfitte dai ribelli, meglio addestrati a combattere nel proprio territorio.

Il cambio di strategia

Sudan: l'Onu rinnova l'embargo sulle armi per il Darfur - Nigrizia

Le numerose sconfitte subite dalle Forze armate sudanesi (34 sconfitte su 38 scontri a metà del 2003), portarono l’Intelligence militare ad elaborare una strategia differente. Essa consisteva nell’armare e finanziare le milizie Janjaweed (i “demoni a cavallo”), formate da allevatori nomadi di etnia araba, e di affiancarle all’esercito regolare come Forze paramilitari.

Fu a seguito dell’ingresso nel conflitto del Janjaweed di Hemeti (Mohamed Hamdan Dagalo) – divenuti nel 2013 le Rapid Support Forces (RSF) – a segnare la fase più cruenta del conflitto. Le truppe sudanesi e Janjaweed si macchiarono infatti di crimini contro la popolazione civile, tra cui la distruzione di villaggi, stupri e il rapimento di bambini per addestrarli a diventare nuovi combattenti.

Già nel 2004, ad un anno dall’inizio del conflitto, migliaia di persone avevano perso la vita, ed oltre un milione erano sfollati. In un primo momento, l’utilizzo dei Janjaweed venne smentito dal governo sudanese, il quale fu però obbligato a riconoscerlo dopo l’accettazione della risoluzione 1556 dell’Onu, nella quale si chiedeva al Sudan di indagare sulle atrocità e disarmare i Janjaweed.

L’intervento internazionale in Darfur

Perché l'Onu lascia dopo 13 anni il Darfur - Vatican News

Già dal 2004 era chiaro che l’Onu non potesse ignorare la situazione del Darfur. Le Nazioni Unite da allora si sono espresse più volte sul conflitto, adottando diverse risoluzioni. Tra queste, c’è la già citata risoluzione 1556 del 2004.

Nel 2005 venne invece approvata la risoluzione 1590, con la quale veniva istituita la missione United Nation Mission in Sudan (UNMIS) composta da 10mila militari, 715 unità di Polizia e 750 Osservatori civili. Nel 2006 l’Onu annunciò nuovi dispiegamenti di truppe, mentre l’anno successivo, nel 2007, venne creata una nuova missione in Darfur col sostegno dell’Unione Africana (UNAMID), con di un totale di 31mila persone tra militari, poliziotti e civili.

A partire dall’intervento dell’UNAMID, l’intensità degli scontri diminuì, e iniziarono i complicati colloqui tra le parti. L’Onu dichiarerà ufficialmente chiusa la guerra nel 2009, ma non si fermeranno gli scontri, prevalentemente tra bande locali o di regolamento di conti tra tribù.

Dal 2010 a oggi

Sudan, Darfur: una guerra a bassa intensità ma con 700 mila persone abbandonate a loro stesse - la Repubblica

Nel 2010 i JEM depongono le armi, e il presidente al-Bashir dichiara il Darfur “zona sicura” dopo averle garantito una maggiore autonomia. Tuttavia, a partire dal 2013 il volume degli scontri aumenta, e in essi vengono coinvolte anche le truppe regolari.

Al-Bashir allora deciderà di creare le Forze di Supporto Rapido (Rsf), e di affidarne il controllo a Hemeti, già leader dei Janjaweed. Proprio Hemeti, insieme all’esercito regolare, sarà uno degli artefici del colpo di Stato del 2019, con il quale verrà detronizzato al-Bahsir e verranno gettate le basi per la guerra civile del 2023 tra Rsf ed esercito regolare.

Nel 2020, il governo sigla degli accordi con le milizie ribelli presenti nel Paese, tra cui quelle in Darfur nel tentativo di pacificare il Sudan e il 31 dicembre del 2020 avviene il ritiro delle truppe della missione UNAMID dopo 13 anni.

Anche ciò però non porrà fine agli scontri, che continuano fino ad oggi. Proprio la guerra civile attualmente in corso rischia di minare gli equilibri nel Darfur e di far rimpiombare la regione nel caos. Già negli ultimi mesi si sono verificati scontri di matrice etnica, la cui responsabilità sembra essere delle truppe Rsf.


Le foto presenti in questo articolo provengono da internet e si ritengono di libero utilizzo. Se un’immagine pubblicata risulta essere protetta da copyright, il legittimo proprietario può contattare lo staff scrivendo all’indirizzo email riportato nella sezione “Contatti” del sito: l’immagine sarà rimossa o accompagnata dalla firma dell’autore.

Articoli Correlati